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Il gioco del cinema

17 Gennaio 2008

Chi l’avesse inventato, non si sa.

D’altronde le regole erano semplici, e molte si erano formate durante il gioco. Ci vedevano verso le sei del pomeriggio in un bar romano, con le sedie schierate a fila sul marciapiede del lungotevere.

Era un posto comodo per tutti: chi veniva da Trastevere, chi da Prati, chi dall’Aurelio, chi trovava comunque facile parcheggio in zona.

Ci vedevamo lì per il gelato, per fare due chiacchiere, per "lumare le pupe", per decidere cosa fare la sera. Ma, soprattutto, per fare «Il gioco del cinema».

Con il suo linguaggio: "Film!" (per forza, se no che gioco del cinema era…) "interpretato da, girato a, di nazionalità, di genere…". Il trucco consisteva nel farla apparentemente facile, in realtà difficilissimo.

"Film di genere horror…" e tutti giù a sparare "Frakenstein", "La maschera di cera", "La notte dei morti viventi", "Il pozzo e il pendolo", perfino "L’orribile segreto del dr. Hichcock".

Tutti fuori al primo giro, perché «Il gioco del cinema» è bello perché è spietato: se la risposta è sbagliata sei fuori finchè non hanno sbagliato tutti.

Vince chi indovina per primo, interrompendo prima possibile chi sta ponendo la domanda. Ma, se sbagli, sei fuori.

"Film di genere horror, ma in particolare di vampiri…" e tutti gli altri a dire "Dracula", "Dracula, principe delle tenebre", "Dracula contro Frankenstein", "Il marchio di Dracula", "Le spose di Dracula". Tutti fuori, tutti sbagliati.

"Film di vampiri, ma non con Dracula…" Avendo sbagliagliato tutti, tutti ritornano in gioco, e cominciano a sparare titoli a raffica: "L’orgia del vampiro", "I vampiri", "Il club dei mostri", "I diavoli delle tenebre", "I vampiri di Salem", addirittura "Stress da vampiro" e "Il ritorno del dottor X", con Humphrey Bogart.

Insomma, a rischio di venir linciato da tutti i giocatori (che nel frattempo litigavano fra di loro, si accapigliavano su un titolo, un attore o un protagonista) la risposta era «Nosferatu il vampiro», film espressionista tedesco del 1922, muto, in bianco/nero che, come dice il Morandini «Nella sua complessità si presta a diverse letture in chiave psico-sociologica, metafisico-esistenziale, romantico-dostoevskiana, psicoanalitica».

Perché il gusto del gioco era proprio lì: riuscire ad indovinare un quiz per poterne proporre uno proprio, particolarmente cattivo e difficile.

Se in televisione o in qualche saletta parrocchiale capitava di assistere ad un film strano, fuori dal comune, la felicità ci si disegnava sul volto: ecco un film tremendo da poter utilizzare per il «Il gioco del cinema».

 

Non necessariamente si doveva trattare di un film da cinefili. Meglio, anzi, se riuscivi a trovare la stranezza in un B-movie, in uno di quei film cui nessuno avrebbe pensato.

"Film interpretato da Orson Welles…". E tutti giù a dire "Quarto potere" o "La signora di Shangai". Invece era "La calata dei barbari", coproduzione italo-tedesca, girata in Romania da un Robert Siodmak invecchiato e imbolsito, con Orson Welles e le mezze nudità di Sylva Koscina.

"Film con Buster Keaton…". Le risposte erano meno a raffica, perché Buster Keaton era lontano e, come Stanlio e Ollio, se ne ricordavano soprattutto le comiche brevi. Comunque, nou sul cinema eravamo preparati, e dopo un po’ fioccavano un po’ di titoli: "Il cameraman", oppure "Come vinsi la guerra" e "Io e la vacca". C’era pure chi riusciva a ricordarsi che in "Viale del tramonto" di Billy Wilder, oltre a Gloria Swanson, William Holden e Erich von Stroheim, c’era pure Buster Keaton in una porticina.

Ma no, la cattiveria suprema è che la risposta vera era: "Due marines e un generale", filmaccio italiano del ’65 con Franchi e Ingrassia, in cui Keaton era addirittura un generale tedesco.

Sospetto, peraltro, che anche Francesco Guccini abbia fatto anche lui un qualche «gioco del cinema», in quel di Bologna, altrimenti non si può spiegare la sua canzone "Keaton", che parla di quel medesimo dimenticabile film.

Era per tutti noi la preoccupazione -e il gusto- quotidiano. Altro che curarsi degli esami universitari, delle donne, o dell’incendio rivoluzionario che stava cambiando il mondo.

Le contraddizioni politiche le vivevamo all’interno del mondo del cinema: John Wayne e i suoi "Berretti verdi" contro Jean-Luc Godard "Lontano dalk Vietnam. Anche la maniera di vivere i sentimenti era regolata dal cinema: "Les amants" e "Viva Maria" di Louis Malle contro "Grazie zia" e "Malizia" di Salvatore Saperi.

Insomma, il mondo del cinema era lo schermo e il paragone di tutte le nostre azioni sociali e, addirittura, della nostra visione del mondo. E «Il gioco del cinema», pur nella sua ludicità, lo rappresentava per molti aspetti.

Ore ed ore passate sulle sedie del bar a discutere se una domanda fosse ben posta o meno, se chi aveva dato la risposta esatta fosse solo fortunato o anche esperto, se le sottigliezze del regolamento (deciso in realtà sera dopo sera) fossero state rispettate o meno…

Non si vinceva nulla, ovviamente, nemmeno la soddisfazione di arrivare primi. Perché era un gioco intrinsecamente paritario: non c’erano né vincitori né vinti. Chi indovinava acquisiva il diritto di porre lui la domanda, di presentare il suo film. E continuava così, dall’uno all’altro, senza nessuna classifica o punteggio finale.

Poi, quando si faceva troppo tardi, alla spicciolata, il gruppo si disperdeva. I più accaniti andavano in pizzeria, dove la discussione sul cinema proseguiva a suon di birre.

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