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Le suorine del 16mm

17 Gennaio 2008

 

Dai tempi dei Fratelli Lumiére, il cinema si sostanzia attraverso una pellicola: più o meno combustibile, con una o due perforazioni, l’oggetto è rimasto per un secolo uguale a se stesso.

Da vent’anni a questa parte, invece, il cinema è diventato comodo e tascabile con i VHS ed i DVD.

Ma anni fa le cose erano più complicate e pesanti, e passavano attraverso le "pizze" del «passo ridotto».

Questa reminiscenza dei tempi andati va chiarita all’ignaro lettore moderno, perché portava delle differenze pratiche di non poco conto alle attività dei cinefili.

Come molti sanno, nelle sale cinematografiche si usa la pellicola 35mm, e per i kolossal si è anche utilizzato il formato doppio, il 70mm ("Nella magia del 70mm e nello splendore del suono stereofonico…"). I cineamatori casalinghi utilizzavano invece l’8mm per riprendere i vagiti dei loro bambini e le prime feste di compleanno.

I cinefili si riconoscevano per la pellicola a passo ridotto, il mitico 16mm.

Erano solo loro ad utilizzarla, e questo dava alla confraternita un motivo di unione, ma anche di disperazione. Perché il cinefilo potesse esercitare la sua insana passione abbisognava di: una saletta, un apposito proiettore 16mm, e di "pizze", ossia di film in pellicola 16mm.

Per produrre pellicole a «passo ridotto» serviva un’industria e dei macchinari. Per distribuirle a noleggio servivano un catalogo e delle strutture. In Italia, residuo dei tempi di Peppone e Don Camillo, c’erano due strutture che provvedevano ai bisogni dei cinefili: i compagni-burocrati dell’ARCI e le suorine della San Paolo.

Non tutti i film immessi sul mercato erano convertiti in 16mm. Erano ritenute degne delle spese che comportavano la loro conversione in «passo ridotto» solo quelle pellicole che potevano svolgere una qualche funzione didattico-politica. Bisognava acquisire i diritti dell’opera, convertire il formato, poi stamparne su pellicola (a base d’argento) tutte le copie necessarie, ed infine distribuirle.

Per le esigenze didattiche in senso stretto (ossia per il consumo nelle scuole) provvedeva una casa editrice di Brescia, che però si limitava a vendere pellicole agli istituti scolastici, e non le noleggiava ai cinefili.

Restavano le altre due organizzazioni, che si muovevano per soddisfare le esigenze delle Case del Popolo e degli Oratori della Parrocchia, più che per i gusti degli amanti del cinema.

Ovviamente, Eizenstein e Pudovkin erano nel catalogo ARCI, mentre Bresson e Bergman erano distribuiti dalla San Paolo. Ma c’erano anche dei casi di autori "trasversali", distribuiti da entrambi, come i film neorealisti di De Sica e Rossellini.

Il caso più interessante era quello del regista Costa Gavras, diviso in due come la sua doppia nazionalità: "Z – L’orgia del potere" -sui colonnelli fascisti in Grecia- era distribuito dall’ARCI, ma "La confessione" -sulle prigioni staliniste- era prodotto dalla San Paolo.

 

Al di là dei paraocchi ideologici, c’erano però delle qualità umane che non erano altrettanto equamente divise.

Nel quartiere Prati, dove a Roma aveva sede l’ARCI, si assisteva a quel pressappochismo e disorganizzazione che in seguito avrebbe contagiato di sé tutto il mondo politico, e che avrebbe poi condotto al vuoto culturale che viviamo (specie in politica) ai giorni nostri.

Sul viale dell’Università, nei pressi della stazione Termini, c’era invece la sede romana della Pia Società San Paolo.

Le suorine che, sorridenti e ben disposte stavano dietro al bancone, ci provavano sempre a rifilarti qualche vita di santo o le agiografie delle apparizioni di Fatima e Lourdes.

Ma erano comunque gentili e, una volta capito di aver a che fare con dei cinefili poco devoti, si arrendevano a consegnarti le copie del problematico (ed agnostico) Ingmar Bergman, comunque accompagnandole con le schede informative che riportavano in bell’evidenza il giudizio del CCC (Centro Cattolico Cinematografico). Che era sempre sui toni del "da vedere, anche se discutibile".

E le prime discussioni, che precedevano quelle del cineforum, erano sempre con loro, le suorine angeliche che non mollavano mai: «L’esplicito riconoscimento della necessità della bontà e dell’amore per il prossimo costituisce l’elemento positivo del film; anche se la vicenda prescinde da ogni accenno agli altri valori, soprattutto religiosi, dell’esistenza.». Questo era il giudizio del CCC per Il posto delle fragole di Bergman, e questi erano più o meno i toni delle discussioni con le suore.

«Per questa limitazione e per una certa atmosfera di rigidità e freddezza il film risulta adatto ad un pubblico di piena maturità.». Così proseguiva il giudizio del CCC, ma la "rigidità e freddezza" che il pubblico percepiva era ben altra, e ci voleva sì un pubblico "di piena maturità" per evitare, che stufi di tempi lunghi e nordici silenzi, prendessero a sediate il povero cinefilo che stava proiettando un film così noioso…

Povero cinefilo, che era giunto sfiancato alla sera della proiezione, trasportando i pesi delle sue amate "pizze". I pacchi contenenti le pizze con le pellicole erano -per entrambi le organizzazioni- delle scatole di cartone marrone con bordini metallici di rinforzo, chiuse da una cinta di tessuto (marrone anch’essa) e con una maniglia a valigetta per il trasporto.

Un film di durata media era di due pizze (primo e secondo tempo), ma non di rado c’erano film di tre ed anche quattro pizze che diventava un problema trasportare (due valigette per mano, ma un peso veramente considerevole).

Sospetto, vista l’assoluta similitudine dei contenitori, che entrambe le strutture si affidassero ad un’unica azienda per farsi confezionare le pellicole, ma la cura e l’attenzione che mettevano alla San Paolo non aveva paragoni con gli altri.

I proiettori che usavamo erano, a loro volta, delle macchine infernali, difficili da caricare e che non tolleravano pellicole bruciacchiate o perforazioni irregolari. Peggio ancora per le colonne sonore, già cupe e fruscianti al naturale, che diventavano impossibili se la pellicola era mal raccordata.

Forse l’ambiente dell’Oratorio era più composto di quello delle Case del Popolo, forse le mani dei pretini erano meno zotiche di quelle dei segretari di sezione, fatto è che le pellicole della San Paolo erano sempre molto più precise e funzionali delle altre. O magari erano le suore, che nascostamente cinefile, si guardavano di sera tutte le pellicole e ne sistemavano le imperfezioni.

Una cosa è certa, per un sessantottino in servizio permanente quale ero a quei tempi: era piacevole discutere con loro di cinema e di autori, anche se ognuno di noi -alla fine- si tornava ad arroccare sulle proprie posizioni ideologiche.

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